Diagnosi precoce nel carcinoma prostatico

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di Fabrizio Di Maida, Cristina Scalici Gesolfo, Vincenzo Serretta

Nel carcinoma prostatico non è tanto importante la terapia che si sceglie quanto che la diagnosi sia precoce e che il tumore sia ancora confinato alla ghiandola

La scelta dell’iter terapeutico del carcinoma prostatico deriva da un’analisi omnicomprensiva di diversi fattori prognostici, quali il PSA basale, lo staging e il grading della neoplasia, l’età e il performance status del paziente. Con carcinoma prostatico localizzato si intende un tumore che non ha ancora determinato invasione della capsula prostatica (T1-T2, N0, M0). Le principali opzioni terapeutiche per questo stadio di malattia, escludendo i casi di malattia a basso rischio che possono anche avvalersi della sorveglianza attiva, comprendono la prostatectomia radicale e la radioterapia.
Un recente studio condotto da Narihiko Hayashi et al. e presentato a Vienna al Congresso della Società Europea di Urologia, ha cercato di mettere in evidenza eventuali differenze significative, in termini di sopravvivenza globale e progressione, tra chirurgia radicale e terapia radiante (sia a fasci esterni sia brachiterapia, ovvero con infissione di semi radioattivi direttamente nel tumore). Dei 1413 pazienti arruolati nello studio, 362 (25,6%) sono stati trattati tramite prostatectomia radicale, 225 (15,9%) e 826 (58,4%) sono invece stati indirizzati alla radioterapia ad intensità modulata (IMRT) e alla brachiterapia. Dopo un periodo mediano di 7 anni, i tassi di sopravvivenza globale sono risultati pressoché sovrapponibili, con valori pari a 96,3% per la prostatectomia radicale, 94,1% per la IMRT e 98,1% per la brachiterapia. L’analisi della sopravvivenza libera da progressione ha invece mostrato tassi più alti di sopravvivenza con l’impiego dell’IMRT e della brachiterapia (96,5% e 90,7% rispettivamente) se confrontati con quelli ottenuti dopo intervento chirurgico (61,6%).
Inoltre, dopo stratificazione del campione in tumori a basso, intermedio e alto rischio, i ricercatori hanno voluto confrontare le eventuali differenze nella ricomparsa di valori elevati PSA, ovvero di recidiva biochimica, ma non clinica, della malattia. Il valore soglia del PSA per definire il fallimento è stato di 2 ng/ml dopo radioterapia e 0.2 ng/ml dopo chirurgia. La radioterapia esterna si è dimostrata superiore in tutte e tre le categorie di rischio se comparata con la prostatectomia radicale, mentre la brachiterapia ha ottenuto risultati migliori rispetto alla prostatectomia solo nei pazienti con malattia a rischio basso e intermedio, ma è risultata inferiore alla chirurgia nei tumori ad alto rischio.
In conclusione, dai risultati ottenuti si evince come la prostatectomia e i vari schemi di terapia radiante utilizzati nel trattamento del carcinoma prostatico localizzato ottengano risultati sovrapponibili in termini di sopravvivenza globale, sebbene la chirurgia sembri essere gravata da più frequente recidiva di valori elevati di PSA. In conclusione non è tanto importante il tipo di trattamento che si sceglie, del resto la scelta tra le diverse opzioni dipende da diversi fattori sia personali che clinici, quanto piuttosto dalla precocità della diagnosi. Percentuali di sopravvivenza così elevate si ottengono soltanto se il tumore è ancora confinato alla ghiandola.

Bibliografia :
JA Charnow. Prostate Cancer Surgery, Radiotherapy Offer Similar Overall Survival. Renal and Urology News, Sept. 2015